Frocie, femminelle, terrone, polentone e favolosità varie. Quando il queer è di casa.[1]

 

by Michela Baldo

Quando ci si trova a discutere della traduzione del termine ‘queer’ in italiano, come mi è capitato di recente, si finisce spesso per parlare di impossibilità traduttive, di eventuali prestiti ma anche di tentativi più o meno pioneristici di introdurre in italiano termini o soluzioni linguistiche con significati affini a ciò che ‘queer’ come aggettivo, sostantivo e verbo significherebbe. In questi frangenti sembra dominare l’assunto che sia difficile tradurre il termine e che, vista la difficoltà di traduzione, ‘queer’ possa essere semplicemente importato dall’inglese, considerato il fatto che è ormai entrato nel vocabolario italiano e viene usato sempre più spesso come prestito in ambito accademico, attivista e in ambiti più generali per riferirsi a tutto ciò che ha a che fare con tematiche LGBTI.  

Come Eva Nossem (2017)[2] spiega, il termine ‘queer,’ apparso per la prima volta in un testo italiano nel 1992, lo si trova in vari dizionari italiani [3] come sinonimo di omosessuale o come termine ombrello riferentesi a identità non normative. L’accezione negativa e offensiva che il termine ha in inglese, dove dalla fine del diciannovesimo secolo/inizio del ventesimo secolo ha acquisito il senso di insulto contro uomini gay (Nossem 2017), sembra del tutto mancare nel prestito italiano (almeno nel senso più diffuso del termine). Questo è dovuto anche all’entrata di ‘queer’ nel mondo accademico italiano afferma Nossem (2017), un’entrata che gli ha conferito un senso di elitismo e di modernità, che dimostrebbe anche il suo uso sempre più comune tra le nuove generazioni in ambienti LGB, così come discusso durante la scuola estiva dei lesbismi tenutasi a Fano nel settembre 2016[4]. In quell’occasione una folla di lesbiche si accaniva proprio contro quant@, sotto la pretesa di non voler etichettarsi, usino il termine ‘queer’ per celare la loro omofobia interiorizzata, rifuggendo dall’uso di parole quali “lesbica”, che, oltre ad essere considerate fuori moda, vengono tuttora percepite come insulti. Si veda a proposito l’articolo sul tema di Silvia Antosa e Charlotte Ross[5], che affermano che “il termine lesbica porta con sè ancora un forte stigma culturale, oltre che strettamente linguistico” (2014: 57). Non volendo entrare troppo nel merito di quello specifico dibattito, mi preme però partire dall’idea dell’insulto che sta alla base del significato di ‘queer’ e che lo rende un termine dall’enorme potenziale trasformativo. Come sappiamo ‘queer’ fu reclamato pubblicamente per la prima volta da un gruppo di attivist@ radicali, chiamat@ Queer Nation (Nazione Queer) a New York nel 1990, prima ancora di entrare nell’accademia americana grazie all’uso che ne fece per prima Teresa De Lauretis[6] in un paper presentato nello stesso anno all’università di California, Santa Cruz. Nel Manifesto della Queer Nation[7] si legge che la scelta della parola queer ha a che fare con la riappropriazione del disgusto che accompagna la percezione dominante di gay e lesbiche da parte della società eteronormata e la rivendicazione della rabbia e del dolore come componenti fondamentali nella lotta al cambiamento. In merito a questo, e tralasciando per un momento i dizionari italiani, che non riportano la complessità del fenomeno e i cambiamenti in atto, tentativi da parte di molti gruppi di attivismo queer in Italia sono stati fatti verso la rivendicazione dell’aspetto dispregiativo del termine ‘queer’, rifacendosi a termini con connotazioni simili presenti nel repertorio regionale italiano quali ‘frocio’ e ‘frocia’ (di origine romana ma diffuso in tutta Italia), in uso già dagli anni ’70 nel panorama attivista italiano in modo autoironico e politico come riappropriazione dello stigma contro le persone omosessuali, come dimostrano nomi di circoli quali il Collettivo frocialista, nato nel 1977 a Bologna e diventato in seguito il Cassero, la pagina “Frocia” del movimento di estrema sinistra Lotta continua,[8] l’uso che ne fa Mario Mieli (1977)[9] negli anni ‘70 e l’uso che ne fa di recente Porpora Marcasciano nella sua biografia sugli anni ’70 intitolata Antologaia (2014)[10] (usando anche massicciamente la parola frocia), solo per citare qualche esempio.

Su questa scia mi preme perciò dire che qualsiasi discussione sulla traduzione di queer nella lingua italiana deve partire da questo lavoro di riappropriazione e risignificazione dell’abbietto, del vergognoso, già in uso da decenni nel panorama dell’attivismo LGBT italiano. Dunque si dovrebbe partire dalla traduzione di queer non in un’ottica di imposizione da fuori ma in un’ottica di dialogo tra instanze locali e globali (inglese globalizzato) e soprattuto, cosa che spiegherò meglio nelle righe successive, che si tratta molto di più della traducibilità del singolo termine e che ogni discussione in merito alla traduzione di queer deve riguardare la struttura della lingua nel suo complesso. ‘Queerizzare’ la lingua italiana significa pensare al modo in cui la lingua può essere forgiata dal suo interno così da opporsi, seguendo le indicazioni della linguistica queer[11], a idee essenzialiste, naturalizzate ed egemoniche sul genere e sulla sessualità. E la lingua italiana, come scritto assieme e a Fabio Corbisiero e Pietro Maturi in un recente numero speciale di gender/sexuality/Italy, rappresenta un chiaro esempio di tali idee, visto che è una lingua sessista, che rispecchia gerarchie e rapporti di potere molto spesso appannaggio di un ideale tipo di maschio bianco, abile and eterosessuale.” (Baldo, Corbisiero, Maturi 2016)[12].

Tentativi di plasmare la lingua italiana nella direzione a cui mi riferisco se ne trovano molti, e di una creatività fantastica, nelle pagine web di alcuni gruppi queer transfemministi italiani, vale a dire gruppi femministi queer, non incentrati sulla naturalizzazione della donna come soggetto del femminismo, vicini alle instanze delle persone transgenere e che si rifanno alla nozione di intersezionalità (si veda anche il termine transpecie per esempio) come il Laboratorio Smaschieramenti[13], la Favolosa Coalizione[14], il Sommovimento nazioAnale[15], la Consultoria Queer di Bologna[16], le Cagne sciolte[17] di Roma e la Laboratoria Transfemminista Transpecie Terrona Napoli (per norminarne alcun*)[18].

La lingua di questi blog e pagine facebook (“Dal buco del culo ci collochiamo nella prospettiva dell’abbietto” scrive in un post la Laboratoria Transfemminista Transpecie Terrona Napoli) riporta al senso irriverente di queer, spiattella in faccia l’insulto e se ne riappropria, come teorizzato da Queer Nation. Questo uso della lingua richiama la tradizione della traduzione femminista dello hijacking, cosi come teorizzato negli anni 90’ in Canada (vedasi Von Flotow 1991[19]), cioè del sabotaggio, del forgiare, della manipolazione e sperimentazione con e sulle parole, ma anche alle concezioni più recenti sulla traduzione attivista[20], intesa come azione politica. Nella pagina del Laboratorio Smaschieramenti, si legge che in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne, il gruppo ha partecipato al corteo nazionale della manifestazione femminista “Non una di meno” “come lelle, froce, trans*, puttane e terrone con uno spezzone transfemminista queer aperto a tutt* coloro che fanno della lotta alla violenza eteropatriarcale, all’eterosessualità obbligatoria e al binarismo di genere una priorità”.

In altri punti del sito si legge che non si può vincere la battaglia contro la violenza eteropatriarcale senza leggere le intersezioni tra “l’essere donna, frocia, lesbica, trans, queer, intersex, migrante, sex worker, terrona”. Sempre nel sito, in riferimento all’invito a unirsi alla campeggia queer (chiamata “frocianza balneare”) si interpellano “gruppi e favolose individualità transfemministe/lelle/froce/queer”. Nel sito della Consultoria queer, “che lavora sulla salute sessuale in ottica queer (cioè trans-frocio-lella)”, come descritto nelle pagine di Smaschieramenti, si legge “Siamo transfemministe, trans*, lesbiche, froce”, mentre il sito di Sommovimento NazioAnale parla di sè come di “favolosità transfemminista-lesbica-frocia” o “in quanto lesbiche, trans*, butch, froce, frociarole e favolosità varie”. In altre parti del sito, in concomitanza della “Dichiarazione di indipendenza della popola delle terre storte (dove storte accenna a cio’ che intediamo come queer) la lista delle soggettività è ancora più lunga e include “froce incivili, creative esaurite, camioniste fuori moda, vecchie checche senza contributi, trans* euforiche/i/u, massaie critiche, butch insolventi, puttane inflazionate, nonne ribelli, precarie messe al bando.” La stessa definizione di sè è usata da Cagne sciolte: “siamo transfemministe, trans*, lesbiche, froce”, mentre la Laboratoria Transfemminista Transpecie Terrona Napoli reclama termini come “terrona”, e parla di “persone trans, femminelle, tatore e favolosità oltre i generi e le specie” e di “soggettività queer, precarie, terrone diasporiche e polentone solidali”. Dalla carrellata di esempi proposti, si intuisce che siamo lontani dall’uso di queer come termine ombrella e termine maschera ma che appunto la parola queer si accompagna a tutta una serie di definizioni di soggettività e posizionamenti definite da Smaschieramenti come il “noi” del transfemminismo queer e senza di cui la lotta alla violenza maschile e al sessismo si rivelerebbero vane. Il termine queer in questo senso, quando è presente, rappresenta non un’indentità ma piuttosto quel surplus che si accompagna alla soggettivazione, quell’eccedenza che interroga, il segno di quel forgiare della lingua che parafrasa il prestito, lo spiega e lo torce e ne resta contaminato. Il tutto in un’ottica di inclusione e di differenziazione delle varie soggettività sulla base di vari parametri, tra cui spicca anche quello legato al territorio e all’uso regionale di certi termini. Ecco allora che l’espressione di ciò che intendiamo per queer non si limita all’utilizzo del termine “frocio”, come detto sopra, o “frocia”, in un’ottica camp, trans e femminista insieme alla variante “frociarola” (per definire la donna etero che frequenta gli ambienti froci e ha una certa complicità coi froci) ma appare “checca” (frocia effeminata, parola probabilmente di origine romana) ed anche la parola “lesbica”, con tutto il suo portato dispregiativo, la sua variante romana “lella” diffusa anche al Nord e la variante “camionara” (ad indicare la lesbica butch). Oppure abbiamo la parola “femminella”, che richiama alla tradizione delle femminielle napoletane[21] e viene usata al posto di lesbica perchè afferente alle soggettività trans. Oppure appaiono altri termini derogatori quali “terrone” (designante una persona del Sud Italia con caratteristiche di arretratezza) col loro portato storico e sociale, del quale la Laboratoria Transfeminista Terrona Napoli (T.T.T. na) si riappropria non come un’indentità ma un margine da Sud dal quale osservare fenomeni sociali di costruzione di un altro razializzato, misogino e arretrato nelle cronache nazionali sulla violenza. Dirsi “froce terrone”, secondo Alessia Acquistapace et.al (2016)[22], è rivendicare una soggettività politica che il Laboratorio Smaschieramenti ha iniziato ad usare in occasione dello sciopero delle e dei migranti in Italia il 1 marzo 2016.  Questa soggettività politica è contrapposta, secondo l@ autor* dell’articolo ad un discorso omonazionale e omonormativo che parla di estendere i diritti alle persone gay e lesbiche in termini di civiltà, dove per civiltà si intendono caratteristiche come bianchezza, decoro, moralità, voglia di lavorare, operosità, evoluzione, modernità contapposte a caratteristiche come pigrizia e irresponsabilità, appannaggio tipico dei meridionali, dei terroni ma anche degli immigrati, dei non bianchi, in un’ottica di discorso più generale “che strumentalizza le instanze legate al genere e alla sessualità in chiave razzista, neoimperialista e neocoloniale” (Acquistapace et al 2016: 62). Insieme a “terrone” troviamo “polentone”, termine dispregiativo che definisce le persone del Nord Italia come zotiche e usato in contrapposizione dialettica campanilistica a “terrone” (contrapposizione spesso bonaria). Non solo dunque assistiamo a una proliferazione e moltiplicazione di posizionamenti, indicatori di differenze dialettali, storiche e sociali ma, tramite l’uso diffuso dell’asterisco e della chiocciola in finale di parola (in tutte le pagine menzionate sopra) vediamo anche il tentativo di includere tutte quelle soggettività queer e trans e quant’altr@ non si riconoscano nei dettami del binarismo di genere, dato che l’italiano prevede solo due generi grammaticali, il maschile e il femminile. L’uso dell’asterisco e della chiocciola, un uso ormai consolidato da alcuni anni che si muove in direzione di una frocizzazione della lingua italiana, ha sollevato critiche (vedasi il post di Charlotte Ross su Qu@*ring the Italian Language[23] e l’articolo di Marotta e Monaco 2016[24]) per via del fatto che oscurerebbe le soggettività femminili, già ampiamente oscurate nella lingua italiana, e che sarebbe impronunciabile. Nell’ottica di ciò che è stato discusso sopra (termini quali lella, lesbica, frocia, femminella, accompagnati all’uso frequente anche di plurali al femminile ad includere il maschile, pratica iniziata da Antagonismo Gay e altri gruppi froci nei primi anni del 2000[25]) non mi sembra che ci sia il rischio di uno sradicamento del femminile nei discorsi dei gruppi transfemministi attivisti queer (basterebbe anche solo partire dalla frequenza d’uso dell’aggettivo femminista). L’asterisco e la chiocciola, a mio avviso, non solo sono esperimenti necessari in un’ottica queer per i motivi riportati sopra ma contribuiscono semmai ad aumentare quel disordine prolifico (che potremmo definire queer) che Alma Sabatini[26] raccomandava di tenere a bada perché disturbava la lettura. Per ovviare poi al problema di pronuncia dell’asterisco e della chiocciola, tuttavia, i gruppi tranfemministi queer succitati hanno cominciato a usare sempre più spesso la finale -u a fine parola (che richiama un po’ l’idea di neutro) in particolare la Laboratoria Transfemminista, Transpecie Terrona Napoli che ne fa una uso massiccio, in frasi come “siamo pazzu”, “state attentu”, “un grazie a tuttu quellu che sono passatu”, “partecipantessu” e cosi via.

Partendo da queste premesse, e ritornando all’inizio di questo post, non si può certo parlare di un uso di queer nei contesti attivisti analizzati come termine alla moda che rifugge dai posizionamenti. In questi scenari, il termine queer (insieme all’asterisco, alla chiocciola, all’-u finale) si accompagna e si mescola a termini derogatori rivendicati dai gruppi transfemministi in chiave favolosa e ad altrettante fantasiose creazioni linguistiche. Basti pensare alla Laboratoria Transfemminista, Transpecie Terrona Napoli con termini quali “apericchiona”, un neologismo nato dalla fusione di aperitivo e del termine derogativo ricchione, variante napoletana di frocio; all’aggettivo “ricchionissimo”, una fusione tra ricchissimo e ricchione; all’uso della lettera s- come prefisso per disfare, dislocare, frocizzare parole e discorsi triti eteronormati sull’amore romantico (San Valentino diventa una s-valentina incazzata) o sulla famiglia (s-famiglia); a termini come pullman che diventano pullwoman, o all’uso del termine ano, luogo abietto per eccellenza, in composti come “anore” (al posto di amore) “nonunAnodimeno” (introducento ano nello slogan contro la violenza maschile Nonunadimeno) e molti altri (la lista è lunghissima).

Ecco, tutto questo per me, una polentona solidale (per usare il termine usato dalla Laboratoria Transfeminista Transpecie Terrona Napoli visto che sono veneta) rappresenta un esempio di cosa possiamo dire sulla traduzione del queer in Italia. Traduzione in questo senso è molto di più di una trasporto di un termine da una lingua ad un’altra (tipo prendere a prestito un termine inglese come queer), ma più che altro un giocare a mettere quel termine da parte, a metterlo fuori o in accostamento a termini locali, carichi di storia, di sofferenza, di disgusto e di bellezza, un giocare e un intervenire sulla propria lingua distorcendola. Il fatto che il termine inglese queer venga usato in associazione a molte alter parole pescate dal repertorio locale italiano ci fa pensare che quel termine porti con sè una certa legacy e un riferimento a contesti, battaglie e studi angloamericani ma quello che mi sembra più eclatante è che non mi sembra si possa parlare in questi contesti di importazione unidirezionale (una sorta di colonialismo linguistico) ma piuttosto di scelte linguistiche tutte italiane (e di tradizione decennale) usate per ciò che intendiamo come queer ma che non necessariamente sono in dialogo costante con questa parola ‘estera’.

Così facendo, il termine queer diventa un’eccedenza che considero molto performativa, una visibile performance del processo traduttivo che spesso invece è invisibile. In termini di traduzione mi riferisco dunque alla traduzione intralineare, all’interno della stessa lingua, dai più percepita come non-traduzione, prima ancora che alla traduzione interlineare tra lingue diverse, a quell’intervento di sperimentazione sulla lingua locale, che prende spunto anche da un fuori ma che resiste alla sua colonizzazione e usa “ricchionissime” risorse locali come nella più consolidata tradizione femminista che vorrei chiamare traduzione transfemminista queer. Riprendendo i termini della Laboratoria Transfeminista Transpecie Terrona Napoli “è uno star fuori che vuole dentro i corpi che resistono alla patologizzazioni”. Tradurre il queer è uno star fuori restando a casa, è per me è tutta questa serie di irrompenti ed eccendenti creatività. E ben Vang(ANO)!

 

[1] Un grosso ringraziamento ad Ale/Leo Acquistapace per i suoi preziosi suggerimenti in fase di scrittura di questo testo.

[2] Eva Nossem (2017) ‘The traveling queer - Queer traveling through time and space’. Paper presentato alla prima conferenza Cirque all’Aquila il 1 aprile 2017 dal titolo: ‘What’s New in Queer Studies.’

[3] Vedasi la dicitura del Grande Dizionario della Lingua Italiana di Battaglia: “persona che ha un orientamento sessuale o di genere che non coincide con i modelli imposti dalla cultura dominante” citato in Nossem (2017).

[4] La scuola si intitolava: “La scomparsa delle lesbiche”. Vedasi http://www.arcilesbica.it/scuola-lesbica-estiva/

[5] Silvia Antosa e Charlotte Ross (2014) ‘Dirsi lesbica oggi? Lesbofobia nei media italiani tra indicibilità e invisibilità’. In Roberta Di Bella e Romina Pistone eds Donne+Donne. Prima, Attraverso e dopo il Pride, 55-80.

[6] Teresa De Lauretis (1991) ‘Queer theory. Lesbian and Gay sexualities. An Introduction’, Differences 3.2.

[7] http://www.historyisaweapon.com/defcon1/queernation.html

[8] Vedasi l’articolo al link seguente che parla del primo gay pride italiano tenutosi a Pisa nel 1979 che sbandiera negli slogan la parola frocio. http://www.gay.it/cultura/gallery/pisa-1979-stonewall-italiana-gay-pride Vedasi anche Gianni Rossi Barilli (1999) Il movimento gay in Italia. Milano: Feltrinelli.

[9] Mario Mieli (1977) Elementi di critica omosessuale. Milano: Einaudi.

[10] Porpora Marcasciano (2014) Antologaia. Roma: edizioni Alegre.

[11] La linguistica queer è una definizione data da Heiko Motschenbacher a quella branca della linguistica che, ispirandosi alle teorizzazioni sul queer, analizza in modo critico nozioni essenzialiste, egemoniche e naturalizzate sul genere e sulla sessualità. Vedasi Heiko, Motschenbacher ‘Taking Queer Linguistics further: sociolinguistics and critical heteronormativity research’, International Journal of the Sociology of Language 212 (2011): 149179.

[12] Michela Baldo, Fabio Corbisiero e Pietro Maturi (2016) ‘Ricostruire il genere attraverso il linguaggio. Per un uso della lingua (italiana) non sessista e non omotransfobico’, gender/sexuality/italy 3. http://www.gendersexualityitaly.com/ricostruire-il-genere-attraverso-il-linguaggio-per-un-uso-della-lingua-italiana-non-sessista-e-non-omotransfobico/  

[13] https://smaschieramenti.noblogs.org

[14] https://m.facebook.com/transfemministaqueer/ 

[15] https://sommovimentonazioanale.noblogs.org

[16] https://consultoriaqueerbologna.noblogs.org

[17] https://cagnesciolte.noblogs.org

[18] https://m.facebook.com/laboratoriatttnapoli/

[19] von Flotow, L. (1991) ‘Feminist Translation: Contexts, Practices and Theories’, TTR, IV (2): 69-84.

[20] A proposito di traduzione attivista, vedasi Maria Tymoczko (2007) Enlarging Translation, Empowering Translators. Manchester: St. Jerome Publishing, e Mona, Baker (2013) ‘Translation as an Alternative Space for Political Action.’ Social Movement Studies 12(1): 23-47.

[21] Nel dialetto napoletano, mi dice Ale/Leo Acquistapace, la parola usata dalle femminielle stesse per definirsi è “femminiella”. Questa parola è stata maschilizzata in “femminielli” appunto da parlanti “colti” e transfobici (vedasi il documentario “Cerasella: ovvero l’estinzione della femminella” di Massimo Andrei, 2007. http://www.lacooltura.com/2015/04/o-femmenella-rituali-sessualita-ed-estinzione/ ).

[22] Alessia Acquistapace, Elisa A.G. Arfini, Barbara De Vivo, Antonia Anna Ferrante, e Goffredo Polizzi (2016) ‘Tempo di essere incivili. Una riflessione terrona sull’omonazionalismo in Italia al tempo dell’austerity’. In Federico Zappino ed. Il genere tra neoliberismo e neofondamentalismo, 61-73.

[23] http://www.queeritalia.com/blog-1/2017/1/10/quring-the-italian-language

[24] Ilaria Marotta and Salvatore Monaco ‘Un linguaggio più inclusivo? Rischi e asterischi nella lingua italiana’, gender/sexuality/italy, 3 (2016). http://www.gendersexualityitaly.com/4-un-linguaggio-piu-inclusivo-rischi-e-asterischi-nella-lingua-italiana/

[25] Ale/Leo Acquistapace mi dice che Antagonismo Gay e altri gruppi hanno iniziato a usare il femminile come plurale collettivo per indicare gruppi di persone di entrambi i generi, per contrastare la regola della prevalenza del maschile o del maschile usato come neutro. Dal momento però che alcuni gruppi femministi non riconoscono le soggettività ftm, se ne fa un uso più cauto in certi ambienti per non dare un alibi a coloro che rifiutano di usare il maschile per parlare di persone erroneamente definite come donne biologiche.

[26] Vedasi Alma Sabatini (1987) ‘Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana’. In Alma Sabatini and Marcella Mariani (eds) Il sessismo nella lingua italiana, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Direzione generale delle informazioni della editoria e della proprietà letteraria, artistica e scientifica.